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Montedoro, come moltissimi altri comuni siciliani, nasce ufficialmente nella prima metà del '600, esattamente nel 1635.

Don Diego Aragona Tagliavia Cortez, Duca di Terranova, recependo le disposizioni della Monarchia del tempo, che imponeva ai Baroni, pena la perdita dell'investitura, la coltivazione e il popolamento di almeno un terzo dei loro feudi, in quell'anno chiede ed ottiene la “licentia populandi”, cioè l'autorizzazione a fondare un nuovo paese nei propri possedimenti della “Balatazza”, ove da tempo esisteva una masseria.

Agli inizi, Montedoro è un piccolo borgo di pastori e contadini, poverissimo.

Secondo il censimento del 1650, vi si contano appena 78 case e 280 anime.

La concessione da parte del Duca in enfiteusi, cioè per venti anni, delle terre del feudo a chi vi stabilisce la propria dimora, ben presto produce i suoi effetti: fa, cioè, da richiamo per i contadini e gli artigiani dei paesi vicini, Racalmuto, Favara, Serradifalco, Sutera.

Il paese comincia a crescere e a prendere forma.

I suoi abitanti nel 1715 sono già 1031, nel 1798 diventano 1589, fino ad arrivare, nel 1852, a 1904.

All'aumento del numero degli abitanti, si accompagna naturalmente la costruzione di nuove case, miseri abituri che le famiglie contadine dividono con i propri animali (asini, muli, galline),delle strade e delle piazze, delle chiese (inizialmente erano tre, ma ormai da tempo ne rimane solo una, quella tuttora esistente).

La crescita del paese nella prima metà dell'ottocento è in gran parte legata alla scoperta dello zolfo e all'apertura delle prime zolfare.

Attratti dalle nuove possibilità di lavoro e di guadagno, molti operai del circondario vi trasferiscono la propria residenza.

La presenza sempre più numerosa della nuova figura dello “zolfataro” cambia profondamente la vita del paese, in tutti i campi, del lavoro, dei rapporti sociali, dei costumi. Montedoro da paese agricolo-pastorale si trasforma in paese minerario, anche se l'agricoltura continua ad avervi un ruolo di fondamentale importanza.

Lo zolfo, tuttavia, non fa miracoli. Certo, alcuni, i proprietari e i gabelloti delle miniere, si arricchiscono, ma la massa dei lavoratori vive in penosissime condizioni di sfruttamento e di miseria. L'arretratezza del paese è gravissima.

In un documento del 1862 (siamo a ridosso dell'unità d'Italia), trasmesso dal Comune al governo di Roma, in risposta ad alcuni quesiti sullo “stato” del paese, si legge: - Niun uomo illustre è nato nel Comune, niun monumento è a notarvisi, niun fatto ne ha vendicato alla storia il nome, se ne togli la febbre petecchiale del 1835, che spense un buon terzo degli abitanti, e che passò quasi inosservata nell'Isola. […] Il Comune produce frumenti in qualche copia, poco vino, pochi agrumi, poche mandorle, pochissimi caci. […] Le antiche descrizioni parlano delle greggi e della caccia di Montedoro, magnificandone l'amenità dei boschetti, e l'abbonanza delle pasture; non dicono dell'agricoltura misera sempre, miserrima oggi. […]

Un medico vi ha in Montedoro e un droghiere; niun farmacista, niuna levatrice, niun chirurgo, niun istituto di educazione morale o intellettuale, niun desiderio di cultura si manifesta nel popolo imbestiato dal servaggio, ed intento a procacciarsi la soddisfazione dei bisogni materiali. La scuola destinata ad insegnare al popolo il leggere e lo scrivere deserta affatto. I primi rudimenti della fede pressoché ignorati, l'educazione civile nulla - .

Ben più grave di tutto questo, tuttavia, la mancanza di strade di collegamento con gli altri Comuni, di acqua potabile, di un passabile servizio postale e telegrafico.

Questo stato di cose nel tempo subisce pochi, lentissimi cambiamenti: nella sostanza tutto rimane pressoché immutato per quasi un secolo.

Fino al primo conflitto mondiale, cui il paese paga un tributo di trentasette morti, i miglioramenti più rilevanti riguardano la viabilità esterna di collegamento con i Comuni di Serradifalco, Racalmuto, Bompensiere; la collocazione di una rada illuminazione con lampioni a petrolio; l'istituzione della scuola pubblica anche per le donne; la posa di una condotta di acqua potabile che, anche se in modo discontinuo e precario, alimenta alcune fontane; una ulteriore crescita demografica, che porta a più di tremila il numero degli abitanti.

Di contro, il paese è più volte funestato, anche a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie, da diverse epidemie che provocano molte centinaia di morti (il colera nel 1867 e il vaiolo nel 1888); dal fenomeno tristissimo del banditismo; dal crollo della chiesa, motivo di grande sconforto per tutta la popolazione; dalla prima grande migrazione di massa, che nel primo decennio del novecento spinge chi può a cercare fortuna in America.

Il ventennio fascista, anche per Montedoro, non rappresenta una parentesi felice, non tanto per la perdita delle libertà democratiche, cui la massa dei contadini e dei minatori forse non attribuiva una grande importanza, quanto per il permanere di una situazione economica e sociale sempre molto povera e fortemente arretrata.

Con la fine della seconda guerra mondiale e l'avvento della Repubblica, Montedoro, come il resto del Paese, entra in una fase di repentine e radicali trasformazioni.

Il ritorno dei partiti, di una dialettica politica democratica fino ad allora impedita; le rivendicazioni popolari di migliori condizioni di vita; le lotte per contratti agrari più giusti, lo smembramento dei feudi e l'assegnazione della terra ai contadini che ne sono privi; l'inizio nei primissimi anni cinquanta del grande esodo di massa dei braccianti, degli zolfatari, degli artigiani, verso l'estero e il settentrione, alla ricerca di un lavoro sicuro e ben remunerato, cambiano profondamente e in modo irreversibile la fisionomia economica e sociale del piccolo borgo, che nel volgere di un decennio perde quasi un terzo dei propri abitanti.

Di li a poco, sul finire degli anni sessanta, con la chiusura delle miniere, i sommovimenti post-bellici sembrano trovare un punto di equilibrio e sul mitico mondo dei contadini e degli zolfatari, dopo secoli, cala per sempre il sipario.

Ha inizio (sarà l'inizio della fine?) una nuova storia.

Oggi, Montedoro conta appena 1650 abitanti, come nella prima metà dell'ottocento.

È un paese ormai preminentemente di anziani e impiegati.

Naturalmente, non ci sono più i problemi drammatici denunciati nel documento trasmesso dal Comune al governo nel 1861.

Oltre alle opere di civiltà più essenziali (rete idrica e fognaria, illuminazione pubblica, viabilità interna ed esterna, scuole e servizi sanitari ecc.), è per il paese motivo di vanto la presenza di un invidiabile complesso di strutture e servizi di ragguardevole valore culturale, sociale, turistico: una grande biblioteca con venticinquemila volumi, molti centri di aggregazione, svariati musei, due piscine e tanti impianti sportivi, alberghi, case-vacanza e ristoranti, parchi, teatri, al chiuso e all'aperto, un grande osservatorio astronomico e un grande planetario, ecc.

E però tutto questo, se offre a chi vi abita accettabili condizioni di vivibilità, non basta a garantire un futuro sgombro di preoccupazioni.

Venute meno le due fonti principali di occupazione – l'agricoltura e le miniere – , non si intravede, neppure in prospettiva, alcuna possibilità di sbocchi occupazionali alternativi, per cui (ma si tratta di un problema comune a tutti i piccoli centri dell'entroterra), appare fortemente a rischio la stesa sopravvivenza del paese.

Nome Abitanti: Montedoresi

Estensione Territorio: 14,53 Km2

Numero Abitanti: 1.650

Santo Patrono: Maria SS del Rosario (prima domenica di Ottobre)