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Lucciola

un giornale

Lucciola viaggiava in tutta Italia, custodita in uno scatolone e affidata alle Regie Poste, viaggiava da Irmina a Lorelay, da Fulvetta a Sakuntala, da Rosa Sfogliata a Bluette, collegando tra loro signorine di buona famiglia agli inizi tra i 15 e i 18 anni, che per uscire dal silenzio domestico si occultavano dietro uno pseudonimo: era quello il modo più spiccio e indolore che consentiva alle donne meno sfacciate di esprimere quella cultura che in società era meglio nascondere, quello scontento che non doveva apparire, quell' indipendenza di giudizio che si avvicinava al peccato e alla trasgressione. Lucciola sostava a Milano e a Serravalle Scrivia, a Torino e a Termini Imerese, a Palermo e a San Giovanni Lupatolo, a Napoli e a Acquanegra cremonese. Sostava e doveva ripartire, entro al massimo 48 ore, pena la multa o la cancellazione come socie. In anni invasi da riviste femminili, i primi due decenni del secolo scorso, (i due bei volumi di Giornali di donne in Toscana, editore Leo S. Olschki, pagg. 668, euro 65, ne elencano per quel periodo, e in quella sola regione, più di 50), Lucciola era un' aristocratica eccezione, una nobile stravaganza, l' esperienza di un circolo chiuso ed elitario, del resto mai più ripetuta: una impresa giornalistica che dal 1908 al 1926, con un paio di interruzioni, produsse un fascicolo mensile in unico prezioso esemplare di almeno 300 pagine, per di più completamente manoscritto, cucito a mano dalla direttrice del momento, con copertine di seta, velluto, paglia intrecciata, illustrato da disegni, dipinti, ricami, lavori all' uncinetto, fotografie, eseguiti dalle sue stesse lettrici-corrispondenti (e da qualche ardito collaboratore maschio, che si dava soprannomi come Dandy, Daisy, Paggio Fernando, Lucciola Forense). Alla fine del suo ripetuto andirivieni, lungo e temerario su e giù dalle Alpi alla Sicilia, ogni numero di Lucciola tornava alla direttrice, responsabile della sua conservazione: tornava forse un po' avvizzito dagli strapazzi postali e dalle avide lettrici costrette a sfogliarlo in massimo due giorni, ma da loro arricchito da osservazioni e controsservazioni scritte ai margini degli articoli, creando così uno scambio vivace di idee, una specie di arcaico blog in un Internet di carta. L' avventura di quello straordinario giornale e delle fanciulle, poi donne, che si rifugiavano nei suoi fogli per sentirsi partecipi del mondo che cambiava, per rivelare e scambiarsi pensieri, sogni, progetti, delusioni, è raccontata benissimo in Leggere le voci, Storia di Lucciola rivista manoscritta al femminile a cura di Paola Azzolini e Daniela Brunelli (Sylvestre Bonnard, pagg. 357, euro 48). Quella fragile testimonianza di un esiguo gruppo di donne borghesi privilegiate, timorate eppure inquiete, si è conservata, e dei 115 fascicoli rinvenuti, 107 si trovano in custodia alla Società letteraria di Verona, che li ha digitalizzati e valorizzati in un paio di mostre. «L' essere manoscritto fa senso ai nostri occhi moderni, così abituati alla stampa, ma a lungo andare ci si affeziona a vedere ogni lavoro colla scrittura dell' autrice; le diverse scritture ci danno un po' l' impressione di sentire la voce, di vedere l' espressione di ciascuna autrice». Così la fondatrice di Lucciola spiegava la sua insolita se non bizzarra iniziativa: era allora, nel 1908, una ragazza di 25 anni piccina piccina, dall' aria fragile e dai grandi occhi neri, si chiamava Lina Caico e viveva a Montedoro, uno sperduto borgo in provincia di Caltanissetta. Suo padre era proprietario di zolfatare, sua madre era di famiglia francoirlandese, etnologa, fotografa e scrittrice, entrambi i genitori erano legati al mondo intellettuale fiorentino. Lina aveva studiato in un college inglese, conosceva il francese, alla fine della prima guerra mondiale si sarebbe laureata a Napoli in lingua e letteratura inglese; corrispondeva con molti intellettuali tra cui Ezra Pound, si era appassionata all' opera dell' indiano Rabindanath Tagore che lei stessa aveva tradotto in italiano. Di educazione protestante, si sarebbe poi convertita al cattolicesimo. L' Italia abbondava di queste giovani donne dalle gonfie pettinature sotto enormi cappelli, dalla vita di vespa e dal busto opulento e dai fianchi imbottiti, che, dopo il soggiorno in collegi all' estero, si ritrovavano in una domesticità sonnacchiosa, in una società arretrata, prive di ogni svago intelligente, messe in mostra ai balli per trovare un marito che le mantenesse: per loro, sperdute, infelici, inutili, inascoltate, l' arrivo mensile di Lucciola, scrive Lina, diventava «un vero raggio di sole». Era un colloquio senza volto e senza voce che legava persone sconosciute, facendole riflettere sul loro ruolo di escluse e sul loro destino inconsistente, spronandole a prendere coscienza di sé, sia pure senza uscire dai limiti della loro educazione borghese e della loro "missione" di spose e madri. Tra racconti, poesie, reportage, discutevano con la loro scrittura educata e spesso febbrile, dei temi sociali, poi anche politici, che più riguardavano la condizione femminile. Per esempio della minorità giuridica stabilita dall' autorizzazione maritale che impediva alle donne di gestire i loro beni e di esercitare la potestà sui figli; agli inizi della Prima Guerra Mondiale, di pacifismo e interventismo, poi, dal 1919, alla ripresa del giornale, di emancipazione e femminismo, e ancora, in ritardo su donne più coraggiose, (Anna Maria Mozzoni aveva rivolto una petizione al governo nel 1907), del diritto al voto. Schiacciate da un senso di estraneità e inferiorità, in molte si sentivano impreparate all' incognita dei diritti civili: «La politica femminile dovrebbe limitarsi alle pareti domestiche», «Meglio prima nella famiglia che in un' assemblea». Ma anche: «Bisogna darglielo questo potere: potrà magari sbagliare nell' esercitarlo a tutta prima, ma via, magari gli uomini qualche volta sbagliano». Un Lucciolo sarebbe favorevole al voto alle donne, ma solo a chi se lo merita, maestre, benefattrici, intellettuali e nel 1923 persino Mussolini farà una proposta senza seguito per il voto amministrativo a madri di caduti di guerra, decorate al valore militare e civile, con licenza elementare). E il lavoro? Sarà adatto alla donna? Ci sono le socie aristocratiche che non sono contrarie al lavoro, però nell' ambito della famiglia e non retribuito, perché il denaro guadagnato da una donna è un segno della sua inferiorità sociale. Ma v.f.s. (Gina Frigerio), che durante la guerra ha sostituito il marito nella direzione della loro fabbrica di sanitari, non dimentica l' esaltante esperienza: «Benedetto il lavoro e compiangiamo chi non lo sente necessario come l' aria e il pane». Per tutte la grande missione è la maternità che si estende a quella filantropia che le fa sentire madri di ogni derelitto, che fa di loro "l' Angelo dei poveri" o le fa aderire alla "Lega delle Seminatrici di Coraggio". Si dibatte pudicamente sul rapporto tra i sessi, sul matrimonio come inevitabile schiavitù, sulla rassegnazione al vuoto d' amore, sul bisogno di dignità e rispetto, accennando con mestizia o orrore, all' eros. Un Lucciolo si schiera con l' ingiustizia moralistica: «Una donna diventa adultera una volta in vita sua e l' anatema la perseguita, voi (uomini) la condannate, la trascinate davanti a un tribunale, voi che siete stati adulteri forse il giorno dopo il matrimonio, che l' avete tradita ogni giorno poi, con cento donne», (1914). Sakuntala se la prende con lo scrittore Luciano Zuccoli che ritiene le donne irresponsabili dei peccati che le portano alla perdizione, e lo attacca: «Noi non siamo né piume al vento, né bambolette stupide» (1912). Detestano D' Annunzio per le sue funeste vittime d' amore, cacciano Cyrano per la sua visione della donna in cui non possono riconoscersi: «Squisitamente deboli nell' impeto passionale, tramortiscono ad un bacio violento come se nel piacere vero finalmente raggiunto la loro vita volesse spezzarsi per portare nell' eterno quell' attimo di sovrumana felicità». (1919). Ma alla fine è la politica che hanno appena avuto il coraggio di affrontare, che separa definitivamente le Lucciole e arresta per sempre, nel 1926, il lungo viaggio del loro straordinario giornale; ci sono quelle che guardano al socialismo e chi si infiamma per il fascismo. Nel dibattito che si fa furente, Rosa Sfogliata, nel 1922 perde un po' la testa, imitando la virile retorica littoria: «Nel balenio policromo dei nostri gagliardetti riaffermiamo la nostra incrollabile fede fascista. Da ogni lato la canea antifascista abbaia contro di noi: Fascisti in piedi! Sia saldo l' animo e fermo il polso come fu nelle battaglie atroci del Carso». Pacata, Lina le risponde di non essere fascista, e neppure socialista, ma di non credere che il fascismo «possa farci fare un passo verso un' era di prosperità vera, un' era di giustizia sociale, di pace fra le nazioni...». La Festa del 1º Maggio è stata abolita e Lina confessa che quella data le piaceva, «era la festa dell' avvenire, di quando non ci saranno più ingiustizie sociali e prepotenze nazionali». Per molti anni le donne, Lucciole comprese, rientreranno nel silenzio e nella sottomissione.

 

NATALIA ASPESI

12 gennaio 2008

 

Archivio La Repubblica.it

Nome Abitanti: Montedoresi

Estensione Territorio: 14,53 Km2

Numero Abitanti: 1.650

Santo Patrono: Maria SS del Rosario (prima domenica di Ottobre)