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Montedoro il socialismo in un solo paese

Montedoro

il socialismo in un solo paese

di Salvatore  Scalia

Montedoro?

"Sì, ci devi andare".

"Ma da Catania al cuore della Sicilia è un viaggio. Non c'è mare, non ci sono monumenti".

"Vedrai che ne vale la pena".

"Conosco qualcosa del  suo passato legato alle miniere di  zolfo,  qualche volta leggo notizie di mafia, ma ora mi pare un paesino anonimo e in via di spopolamento".

Alle mie resistenze il mio amico Tonino da Mussomeli, lancia un'esca: "Vedrai il socialismo in un solo paese".

Ridiamo. So che è un disilluso della politica e sta usando come paradosso il richiamo a Lenin.  Tuttavia è riuscito nell'intento di stuzzicare la mia curiosità.

Riassumo  le  tre  cose  che  sapevo  di  Montedoro,  paesino  di  1600  abitanti  in  provincia  di Caltanissetta. In qualche manifestazione culturale avevo conosciuto colui  che a detta del  mio amico è l'artefice del socialismo in un solo paese, Federico Messana, sindaco da un trentennio.

Inoltre, nel libro "Vicende e costumi siciliani" pubblicato negli Stati Uniti nel 1910, avevo letto la descrizione della gente e dei costumi del luogo, dei lavori delle campagne e delle miniere, fatta da Louise Hamilton, una lady brillante, spiritosa ed acuta osservatrice, capitata in Sicilia per avere sposato Eugenio Caico, rampollo di una famiglia di signorotti locali. Infine conoscevo il romanzo di Angelo Petyx,  nato a Montedoro nel  1912 e morto a Cuneo nel  1997,  "La miniera occupata", storia di lotte e scioperi di minatori apparsa nel 1957.

A lui  è dedicato il  Museo della zolfara ed è da qui che deve per forza cominciare una visita a Montedoro.  Minerali, riproduzioni di foto d'epoca, attrezzi da lavoro ricostruzioni di ambienti in miniatura, citazioni e documenti  scritti  testimoniano  di  un'epoca  di  sfruttamento  brutale. La reazione di  un uomo di oggi non può essere che di rigetto e d'indignazione. Davanti agli occhi scorrono le immagini  dei picconieri, dei soprastanti armati, e dei carusi, seminudi, denutriti e scheletrici, schiacciati da un sacco rigonfio sulle esili spalle. Provocano vertigini gli scorci dell'imbocco delle miniere che s'inoltrano in profondità nelle tenebre della terra verso una fitta trama di gallerie malsicure e soggette spesso a crolli mortali.

Attraverso questa bocca d'inferno salivano e scendevano i bambini al servizio dei picconieri, portando in superficie il  materiale grezzo scavato dai  loro padroni,  ai  quali  erano ceduti dai genitori in cambio di una somma che avrebbero dovuto riscattare con il loro lavoro nel corso degli anni. C'era  chi  non riusciva mai a racimolare il denaro necessario e restava caruso fino ai trent'anni. Chi ce la faceva, chi superava una spietata selezione naturale, diveniva a sua volta picconiere ed esercitava la crudeltà che aveva subìto su altri bambini.

Dei piccoli schiavi di cui i padroni potevano disporre a piacimento per ogni necessità o desiderio, scrisse Louise Hamilton e lasciò documentazione fotografica. La lady, anche se apparteneva alla razza dei padroni, aveva una spiccata sensibilità sociale e sottolineò che, prima della legge del 1893, i bambini cominciavano a lavorare a sette anni all'esterno della miniera e a dieci all'interno.

Con il nuovo regolamento l'età fu innalzata rispettivamente a dieci e a quattordici anni. Non era un grande progresso e in ogni caso pochi rispettavano la legge.

Nel  museo è esposta la lettera, inviata da Montedoro il  22 giugno del 1910, di un certo Carlo Capitano, di cui tutto s'ignora ma certamente dotato di cultura e sensibilità sociale e morale. Egli protesta con l'Ingegnere capo del Regio ufficio minerario di Caltanissetta per il disumano trattamento dei bambini nel "Bel paese" in cui "s'han fabbricato tante leggi e decreti onde impedire la deformazione fisica della razza, che disgraziatamente deve lavorare per vivere".

Dopo avere tacciato d'infamia i padri che vendono i figli, dopo avere denunciato l'acquiescenza di gabelloti e capomastri nonché la mancata sorveglianza del Regio ufficio, racconta una sua esperienza personale.

"L'altrieri passai dai piani delle miniere Sociale e Cannataro e mi si strinse il cuore nel  vedere circa quindici ragazzetti tutti sotto i dodici anni che curvi sotto il peso del minerale solfifero emettevano lamenti e singulti da intenerire una tigre… Dissi al capoccia Marranca Antonino che era vigliaccheria da parte sua assistere e far lavorare internamente quegli infelici; e quel barbaro ne rise e mi trattò da inesperto, dicendo che le leggi sono fatte per essere violate, e che una legge non violata non sembra più tale".

Esposti i fatti, invoca l'intervento degli ispettori per "impedire l'ignobile martirizzazione di questi meschini, che del faticoso, ove tenerelli son messi riescono quasi sempre rachitici o peggio".

Non sappiamo se la lettera abbia sortito effetti, resta però il grido di rivolta di un comune cittadino per quell'umanità offesa, a dispetto dei bei discorsi sulla preservazione dell'integrità della razza italiana. E c'è molta Sicilia e Italia di oggi nella risposta del capoccia Marranca Antonino, nel suo sostenere che le leggi sono fatte per essere violate.

Qui, in questo mondo occulto delle miniere si celava il contraltare della Belle époque, di quell'era che celebrava l'ottimismo del progresso inarrestabile, che si cullava nella fede della scienza e del benessere. In realtà c'erano fantasmi invisibili che pagavano il prezzo di quella spensieratezza opulenta. Il sottosuolo era popolato di anime in pena, di una corte dei miracoli con bambini deformi, rachitici, denutriti: le loro vite brevi erano il perfetto contraltare della rosea visione del futuro. Nelle viscere della terra covava l'apocalisse incombente sull'umanità a cui la Grande guerra avrebbe dato un'immagine concreta.

Ora il Museo della zolfara s'innalza sopra la miniera, sulla collina dirimpetto al paese, e si erge come monumento alla memoria del sottosuolo. Per contrappasso ancora più in alto mostrano le loro cupole l'Osservatorio astronomico e il Planetario protese a scrutare la volta celeste. E si prova l'esperienza inebriante di passare dalle profondità della terra alla vastità dell'universo. Solo questo basterebbe a giustificare una visita a Montedoro.

Ma non è tutto: la civiltà contadina, costumi, miti e riti agrari hanno anch'essi quattro piccoli musei nella parte alta del paese. Qui in minuscole case che conservano tutte le caratteristiche di un tempo, Federico Messana ha ricostruito con nostalgia e passione intellettuale un piccolo mondo antico,  fatto di povertà e sobrietà. Mobili, attrezzi agricoli, vasellame, pentole affumicate dal carbone, grandi foto incorniciate, focolai, sacchi di grano e fave, sistemi idraulici per raccogliere l'acqua piovana goccia a goccia, sembrano parlarci da una distanza siderale ma in realtà ci ricordano che quel passato è recente. Anche una casa più pretenziosa a più piani, di una famiglia che godeva di un certo benessere, in confronto a oggi appare misera e spoglia.

Federico Messana ha creato, con pochissimi soldi, a Montedoro un viaggio nella memoria. Il paese è stato il laboratorio in cui egli, vecchio militante del Partito comunista, ha sperimentato le sue idee. Qui non manca niente, semmai c'è troppo per pochi abitanti: teatro coperto, villetta con teatro all'aperto, biblioteca, impianti sportivi, due piscine, opere d'arte moderne disseminate per vie e piazze, case popolari, terreni edificabili acquistati dal comune e ceduti a prezzi vantaggiosi ai privati, sostegni agli allevatori e agli artigiani, una casa delle donne, un albergo, per ospitare a poco prezzo e con tutti i comfort gli emigrati che tornano per le vacanze, ricavato da una scuola chiusa per mancanza di alunni. Montedoro appare un'utopia realizzata, ed è un esempio di ciò che la Sicilia avrebbe potuto essere ma non è.

 

da “La Sicilia”

Lunedì 27 Ottobre 2014 monografica Pagina 7

 

Nome Abitanti: Montedoresi

Estensione Territorio: 14,53 Km2

Numero Abitanti: 1.650

Santo Patrono: Maria SS del Rosario (prima domenica di Ottobre)